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Immagine La crisi spiegata con una vita che ricomincia

11FEB15

LE STORIE DI STRADA

La crisi spiegata con una vita che ricomincia

Damiano è nato in Trentino anche se dall’età di 4 anni si è trasferito con la mamma in Sardegna, dopo la separazione dei genitori. A 18 anni perde la mamma, ma grazie al suo diploma alberghiero inizia a lavorare come stagionale e poi apre un bar in un centro commerciale con un socio. Purtroppo nel Sulcis dove vive, nota zona mineraria italiana, la crisi inizia a colpire già negli anni 2000, e colpisce ancora più duramente perché è un territorio in cui mancano servizi organizzati.

Nel 2005 si reca a Foggia a trovare la sorella per conoscere il nipote e nel giro di pochi giorni trova anche lavoro e quindi si ferma, ma poi il locale subisce un incendio doloso e chiude. Lavora per la stagione nel Parco Nazionale della Maiella e poi a Desenzano del Garda, ma cerca un ambiente più piccolo e confortevole dove fermarsi. L’occasione arriva tramite un amico e si trasferisce in Franciacorta, provincia di Brescia. Qui lavora per quattro anni e mezzo in un business hotel dove, oltre ai convegni, si ospitano matrimoni, feste e ristoranti. Nel 2010, con la crisi, diminuiscono i meeting che sono la principale entrata dell’hotel e il proprietario decide di cedere l’attività, con la promessa che i 35 professionisti assunti rimangano in organico. L’acquirente pensa di trasformare l’hotel da business in turistico e alla fine non conclude l’affare e il proprietario fallisce: il 23 dicembre 2012 si reca a bordo della sua Ferrari a consegnare inaspettatamente a tutti le lettere di licenziamento.

Damiano perde la stabilità e con essa cerca di ridurre i costi, non potendosi più permettere il monolocale; si sposta a Bergamo, ritenuta una città ricca, con maggiori prospettive. Non trova lavoro e il giorno di Natale del 2013 sviene per strada e viene portato in ospedale: si manifesta così la sua depressione, l’ansia dovuta a una vita che non offre un lavoro.

Inizia la terapia che punta al recupero dell’autostima. Purtroppo, il lavoro di barman ha degli orari che non consentono di mantenere molte amicizie e alcune si rivelano fittizie, accrescendo la solitudine.

La stagione 2014 lavora in nero sul lago d’Iseo, ma purtroppo il maltempo non porta sufficiente traffico e quindi il lavoro non diventa stabile. A fine stagione, con ottobre, si trasferisce a Milano dove spera che gli ultimi risparmi gli diano il tempo di trovare una nuova occupazione. Gira la città a piedi consegnando curriculum vitae e scopre che, a 41 anni, è considerato vecchio per il mondo del lavoro: non se ne era accorto prima e constata come le attuali norme penalizzino i 40-50enni che diventano un costo consistente per i datori di lavoro che, quindi, sono costretti a scelte diverse. “La delusione di questo periodo è viva anche perché durante questi anni non mi sono fossilizzato solo ad un rango del mio lavoro ma ho cercato di investire tempo e risorse per la mia professionalità frequentando corsi di specializzazione a proprie spese, ma questo ad oggi paradossalmente mi ostacola in quanto troppe esperienze e qualifiche fanno intimidire e spaventare che deve assumere per via dei contributi…”

Si ritrova brevemente con 100 euro in tasca, ma conosce la città e i suoi servizi: si rivolge a diverse istituzioni e arriva in un dormitorio milanese. Da ex volontario della Pubblica Assistenza e della mensa parrocchiale, scopre che la solidarietà ricevuta è diversa da quella offerta in passato. “Il dormitorio è uno stanzone che ricorda le situazioni dei terremotati viste in tv” e ne sente l’umiliazione.

“Ho sempre lavorato e pagato le tasse, ho fatto volontariato secondo le mie possibilità, e sento di non meritare questa situazione senza dignità perché la vivo non come beneficenza ma come maleficenza.”

Visita tante strutture a Milano per vedere la realtà: pensa che tutti dovrebbero guardare cosa significa la povertà, anche questo disturba i più agiati che preferiscono ignorare certe situazioni. Scopre che la solidarietà burocratizzata, pensata per disincentivare i “furbetti”, non è un deterrente, ma spinge alcuni a non avere ambizioni, a sedersi e vivere di assistenza.

Alle 7 di mattina, all’uscita dal dormitorio ha dovuto chiedere l’elemosina per fare una buona colazione che gli consentisse di prendere i suoi farmaci, ma questo non ha spento la sua attenzione agli altri e ho trovato il modo di sostenere un ex-imprenditore incontrato per strada che voleva suicidarsi, accompagnandolo al treno per tornare dalla sua famiglia.

“So che l’artefice della mia vita possono essere solo io, ma cercavo una scintilla che riaccendesse la speranza”. Decide di chiedere un aiuto diverso e viene indirizzato al Centro diurno “Punto Ronda”: nonostante tanti dubbi, ci prova e supera il colloquio. Da dicembre frequenta il nostro Centro e apprezza l’organizzazione, l’offerta di attività e il supporto alla ricerca del lavoro con gli strumenti necessari.

Trova che la Ronda della Carità sia un’organizzazione concreta, che lo fa sentire parte integrante e questo è uno stimolo che lo fa sentire vivo, dentro una comunità. Damiano sa che nella vita non puoi pretendere, ma devi conquistare e mantenere ciò che conquisti e noi gli auguriamo di arrivare lontano con la sua professionalità di barman.

Colpisce, in questo racconto, la precisione delle date e la concomitanza del periodo normalmente di festa con i momenti più bui, ma traspare la forza di una persona concreta, che ha puntato la vita sul proprio impegno e sul sentirsi utile, indipendente, parte di una comunità. Molte storie, a causa della crisi, possono essere lette sulla falsa riga dell’esperienza di Damiano che invita tutti noi e i servizi a cercare un modo per “fare bene il bene”, per non togliere dignità alle persone e, soprattutto, non togliere il desiderio di farcela e tornare ad essere indipendenti. Questa. In fondo, è proprio la mission della Ronda della Carità.